Castelli e Fortificazioni
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Elenco completo dei Castelli censiti
Castelli e Fortificazioni
Castello non più esistente.
Comune: Pombia

Tipo di costruzione: Architettura fortificata - Castello
Configurazione Strutturale: la cerchia muraria del castrum altomedievale cingeva l’intero abitato dell’odierna località Castello, impostandosi al di sopra del ciglio della scarpata e seguendo la linea di massima pendenza tutto intorno al colle. La conformazione del terreno, che con i suoi contorni dirupati per sua stessa natura si configurava come facilmente difendibile, la collocazione in un luogo di importanza strategica in posizione dominante sulla valle del Ticino e la facilità di reperimento di una risorsa importantissima come l’acqua - grazie ai numerosi pozzi, alcuni dei quali ancora esistenti e attivi ai nostri giorni -, fecero di Pombia un importante centro fortificato con caratteristiche funzionali di difesa e controllo del territorio. Entro la cerchia di questo antico castello fu costruito, probabilmente durante il XII secolo, un ridotto difensivo – torre o dongione – con le caratteristiche di castello signorile: il Castel Domino, di proprietà vescovile. Durante i secoli XVI-XVIII, perdute ormai da tempo le sue caratteristiche più prettamente difensive e caduto definitivamente in rovina il dongione, il centro abitato divenne polo di attrazione come residenza di alcune famiglie nobiliari che vi costruirono le loro dimore.

Fondazione: VI secolo
Fasi costruttive: XI secolo, XII secolo, XIII secolo, XIV secolo

Primo documento rintracciato: 17 giugno 885, Raginaldo, figlio del fu Rapaldo «de castro Plumbia», arcidiacono e visdomino della Chiesa novarese dona alcuni beni a quest’ultima agendo «in Plumbia in casa et curte ipsius Raginaldi»

Fasi costruttive: metà XI - terzo quarto XII sec.; XIII e XIV sec.

Descrizione dello stato di fatto: dell’antica cerchia muraria del castrum altomedievale si sono conservate alcune tracce - più evidenti sui lati nord ed est (dove sono identificabili anche le strutture di un contrafforte e del basamento di una torre), più labili altrove -, consistenti in tratti di muratura in ciottoli di fiume a spina di pesce affogati in abbondanti malte. I ruderi del dongione sono situati nel settore meridionale dell’antica area fortificata, presso la chiesa di S. Vincenzo in castro, sul punto più elevato del colle in località Torre. Essi sono costituiti da un ampio recinto di forma quadrangolare, all’interno del quale sono riconoscibili i resti del basamento di una torre. In mancanza di dati provenienti da scavi archeologici non è riscontrabile, entro il recinto, la presenza di altre costruzioni, ad eccezione di due pozzi e dei ruderi identificati tradizionalmente come Cappella. L’analisi dei paramenti murari ha invece evidenziato la presenza di una fase altomedievale nella cortina meridionale: probabilmente i resti dell’antica cinta muraria castrense sulla quale si appoggiarono le cortine del dongione. E di un arretramento delle cortine difensive, con conseguente riduzione dell’area compresa entro il recinto murario, attuata in epoca non precisamente definibile, ma ascrivibile forse a interventi eseguiti nel corso del XIII secolo.

Notizie storiche: il territorio dove sorge il centro abitato di Pombia, come risulta da alcuni ritrovamenti archeologici frutto di rinvenimenti occasionali, presenta traccia di insediamenti umani molto antichi: già durante l’Età del Ferro è attestata una frequentazione umana di questi luoghi, accresciutasi in seguito in epoca romana; è però durante l’alto medioevo che il sito di Pombia assunse una particolare importanza. In un trattato geografico degli inizi dell’VIII secolo, la Cosmographia del cosiddetto Anonimo Ravennate, Pombia è inserita in un elenco di civitates dell’Italia settentrionale. Questa indicazione – che non deve essere intesa nel senso dell’attribuzione di una presunta dignità municipale a Pombia, come fu sostenuto dal Gabotto e dal Donna D’Oldenico, ma che designa invece semplicemente un importante centro rurale dotato di strutture difensive e di un proprio territorio, privo però di diritti episcopali – colloca Pombia, al pari di altri castra come Lomello, Stazzona e Castelseprio, al rango di un importante centro di circoscrizione amministrativa dai confini ben delimitati e sede di una zecca. Fu dunque probabilmente durante il periodo dell’invasione longobarda che il centro abitato, grazie al duplice insediamento del castrum e della sala nella sottostante valle del Ticino, crebbe di importanza e fu cinto da strutture difensive; anche se bisogna attendere l’anno 885 per avere una esplicita menzione nella documentazione scritta dell’esistenza a Pombia di un castrum. Nella frammentaria documentazione superstite risalente ai secoli IX e X, il termine castrum/castello appare indissolubilmente legato al nome di Pombia: nell’uso comune si utilizzava allora l’espressione Castelpombia, in analogia con altri toponimi simili, come Castelnovate o Castelseprio, in uso in area lombarda. Non si trattava quindi di un castello identificabile come singolo edificio fortificato a sé stante, ma di una intera località incastellata; anzi di un importante centro insediativo fortificato, circondato da altri insediamenti gravitanti attorno ad esso: una villa e una curtis. Una molteplicità di poli insediativi che testimonia l’importanza di Pombia, che divenne in età carolingia e postcarolingia sede di comitato e centro giurisdizionale a capo dell’intero territorio novarese. La contea di Pombia, perso gradualmente nel corso dell’XI secolo ogni significato e prerogativa di circoscrizione distrettuale pubblica, fu attribuita e più volte confermata ai vescovi di Novara, ma rimase tuttavia sotto il controllo della famiglia dei conti di Pombia, e in seguito di uno dei rami che da essa discesero, quello dei conti da Castello, i quali conservarono nonostante tutto la signoria giurisdizionale ed estese proprietà fondiarie sul territorio; possessi che furono loro riconfermati da Federico Barbarossa nel 1152, sebbene, significativamente, con l’utilizzo di una formula molto generica che non faceva alcun cenno al castello. Questa omissione è forse legata al fatto che, in parallelo con la perdita di importanza del centro di Pombia e con la conseguente crisi delle sue strutture militari difensive, si era poco a poco affermata e diffusa all’interno dell’antico castello la presenza patrimoniale dei vescovi novaresi che controllavano una nuova struttura fortificata entro le sue mura. Un documento del 19 settembre 1178, relativo alla subinfeudazione da parte di Marco, figlio di Arnaldo, da Pombia, vassallo del vescovo di Novara, a Ottacio, figlio del fu Bernardo, di una serie di edifici, mulini, vigne, prati e boschi nel centro abitato e nel territorio di Pombia, cita l’esistenza di una torre: probabilmente, ma non se ne ha l’assoluta certezza, si tratta del ridotto difensivo – dongione o torre circondata da recinto murario – oggi conosciuto come Castel Domino, le cui strutture murarie appaiono risalire proprio all’XI-XII secolo. Una trasformazione di questo tipo delle strutture del castello di Pombia sarebbe coerente con la generale evoluzione delle strutture castrensi durante i secoli XII-XIV in ambito padano; come scrive Chiara Venturino: «in questo arco di tempo molti castra e castella perdono il carattere di villaggio fortificato e diventano, in relazione all’affermarsi delle signorie di castello, dimora fortificata del signore e simbolo del suo districtus. A questo mutamento concettuale e funzionale del castello corrispondono innovazioni e trasformazioni tecniche e strutturali: generalmente entro la cerchia muraria, spesso lasciata in abbandono, si inserisce un ridotto fortificato, il dongione appunto, contenente uno o più edifici». Il controllo del territorio rimase però nelle mani delle famiglie facenti parte del potente gruppo parentale dei conti da Castello – come gli Abati, i Barbavara, i Cavalcasella, i Gritta -, i quali, interessati a ottenere la cittadinanza novarese, nei primi anni del XIII secolo presero accordi con il comune cittadino per cedere formalmente i loro castelli e i loro beni ricevendoli di nuovo subito dopo in feudo, continuando in questo modo a esercitare la loro giurisdizione sui luoghi e sugli uomini, ma sotto l’ala protettiva del Comune di Novara. Dopo un lungo periodo di silenzio delle fonti, tornano a comparire notizie sulla presenza del castello nella seconda metà del XIII secolo, durante gli aspri scontri militari tra opposte fazioni che videro fronteggiarsi nei territori dell’ovest Ticino i sostenitori dei Torriani e quelli dell’arcivescovo di Milano Ottone Visconti. Il castello di Pombia fu preso una prima volta dal Visconti nel marzo 1275 con l’ausilio del marchese di Monferrato e grazie all’apporto di truppe inviate dal re di Castiglia; poi di nuovo da Galeazzo Visconti tra maggio e ottobre 1301; ricadendo però subito dopo in mano ai novaresi. Con la vittoria dei Tornielli nel 1311, il castello di Pombia, allora controllato dal Comune di Novara sotto il regime dei Brusati e dei Cavallazzi, fu distrutto; subì poi una seconda distruzione alcuni decenni più tardi nel 1359, quando Galeazzo II, per impedire un utilizzo delle fortificazioni da parte dei suoi nemici in caso di conflitto, ne ordinò lo smantellamento. Con la distruzione delle strutture fortificate e con la generale riorganizzazione amministrativa dei territori voluta dal Visconti nel novarese, l’antico centro abitato di Pombia perse inevitabilmente di importanza: l’antico capoluogo di contea era ormai stato declassato al ruolo di semplice terra soggetta del distretto cittadino novarese e il suo territorio inserito nella squadra del Ticino. Nei primi decenni del Quattrocento la politica di infeudazioni messa in atto dal nuovo duca Filippo Maria Visconti interessò anche Pombia, che, nel 1413 - insieme a Varallo Pombia, Borgo Ticino, Ornavasso, Invorio e il Vergante -, fu concessa a Ermes e Lancillotto Visconti di Castelletto. Caduti in disgrazia presso il duca i due fratelli Visconti il feudo tornò alla Camera ducale; per essere attribuito nel 1469 a Martino Paolo Nibbia. In quegli anni della seconda metà del XV secolo il luogo di Pombia era in netta decadenza, l’economia non era più florida come un tempo e le popolazioni, vessate dalle imposizioni signorili e dai tributi richiesti dalla Camera ducale, abbandonavano le loro terre: i consoli di Pombia alla ricerca di un rimedio di fronte al precipitare degli eventi si videro costretti a implorare la riduzione dei carichi fiscali «ad ciò che dicta terra non remanga disfata et depopullata». Anche il castello o dongione era ormai in rovina: in un atto notarile di permuta di terreni del maggio 1492 viene citata non più l’esistenza di un castrum, ma di un castellacium, ovvero i semplici ruderi di un castello. Durante l’età moderna - scomparso il ridotto fortificato chiamato allora Castel Dogno, l’attuale Castel Domino -, sopravvisse, seppure decaduto, l’antico insediamento fortificato sulla cima del colle, circondato probabilmente soltanto da un semplice fossato e il cui ingresso, allora come oggi, era guardato da una torre del XV secolo, nelle cui murature è aperta una bella finestra con arco a sesto acuto e cornice in cotto. Entro il perimetro del centro abitato furono edificati in quei secoli alcuni palazzi nobiliari: il piccolo maniero cinquecentesco dei Borromei, conosciuto anche come castello arduinico, nel settore nord-orientale dell’abitato; il palazzo seicentesco posseduto un tempo da Giacomo Simonetta, sul lato meridionale della piccola piazza; l’imponente struttura della villa settecentesca appartenuta alla famiglia De Visard, situata più a est sulla medesima piazza.

Personaggi storici collegati: Liutolfo, figlio dell’imperatore Ottone I, mentre era impegnato, al comando dell’esercito imperiale, nelle operazioni militari contro Berengario II asserragliato nel castello dell’Isola di S. Giulio, morì improvvisamente a Pombia il 6 settembre 957. La maggior parte dei cronisti contemporanei parlarono di morte naturale, Arnolfo però nei suoi Gesta avanzò l’ipotesi di un avvelenamento. Il suo corpo fu trasportato in Germania e tumulato nella cattedrale di S. Albano a Magonza, sebbene alcuni studiosi in passato abbiano sostenuto la tesi di una sua sepoltura nel nartece della chiesa di S. Vincenzo in castro. Il Ravizza scrisse invece di avere potuto vedere nel castello di Pombia, allora proprietà dei Simonetta, un’urna in pietra sulla quale si poteva leggere la scritta: «Litvlphvs»; di tale ritrovamento non si hanno però altre notizie

Condizione giuridica: Proprietà privata

Fonti archivistiche: Archivio di Stato di Novara, Archivio notarile, notaio F. Alzalendina, atto del 23 maggio 1492. Archivio di Stato di Milano, Comuni, 85 (Varallo Pombia), supplica dei consoli di Pombia, senza data (ma XV sec.).

Bibliografia: Arnulfi, Gesta Archiepiscoporum Mediolanensium, a c. di C. Bethmann, W. Wattenbach, in «Monumenta Germaniae Historica», Scriptorum, t. VIII, Hannoverae 1848, p. 8. La Novara Sacra del vescovo venerabile Carlo Bescapè, a c. di G. Ravizza, Novara 1878, pp. 87-89. Le carte dell’Archivio Capitolare di Santa Maria di Novara, a c. di F. Gabotto, A. Lizier, G.B. Morandi, O. Scarzello, vol. I, Pinerolo 1915 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, 78), pp. 20-21 (17 giugno 885). Petri Azarii, Liber gestorum in Lombardia, a c. di F. Cognasso, in «Rerum Italicarum Scriptores», XVI, 4, nuova ed., a c. di G. Carducci, V. Fiorini, P. Fedele, Bologna 1926, pp. 102-111. Anonymus Ravennas, Cosmographia, a c. di J. Schnetz, in Itineraria Romana, vol. II, Lipsiae 1940, pp. 1-110. G. Donna d’Oldenico, Pombia: appunti storici e archeologici su ritrovamenti di età romana ed alto medioevale, Torino 1968. «Monumenta Germaniae Historica», Diplomata regum et imperatorum Germaniae, t. X, pars I, Hannoverae 1975, doc. 19, pp. 33-34 (1152 luglio 30). G. Andenna, Andar per castelli. Da Novara tutto intorno, Torino 1982, pp. 347-361. C. Venturino, Da capoluogo di “Iudiciaria” a castello signorile: il “castrum Plumbia” tra storia e archeologia, in «Bollettino Storico Bibliografico Subalpino», 1988, pp. 405-468. G. Andenna, Grandi patrimoni, funzioni pubbliche e famiglie su di un territorio: il «comitatus plumbiensis» e i suoi conti dal IX all’XI secolo, in Formazione e strutture dei ceti dominanti nel Medioevo: marchesi, conti e visconti nel Regno Italico (sec. IX - XII), Roma 1988, pp. 201-228. C. Venturino, Il Castel Domino: analisi delle fonti e delle fasi costruttive, in L’ovest Ticino nel Medioevo: terre, uomini, edifici. Indagini in Pombia, Oleggio, Marano Ticino, Atti del Convegno (13-14 giugno 1998), Novara 2000, pp. 13-34. P. Favini, Antichi monumenti plumbiensi. San Vincenzo in Castro, in L’ovest Ticino cit., pp. 73-96.

Ricercatore: Compilatore scientifico dei testi: Roberto Bellosta Revisore: dott. Fiorella Mattioli

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